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Le piattaforme streaming sono in evoluzione

Le piattaforme streaming sono da tempo nelle nostre abitudini: l’offerta si è moltiplicata, la fruzione si è  intensificata. Il risultato? Una radicale evoluzione dei modelli davanti ai nostri occhi.

Partiamo dai dati

I servizi delle piattaforme streaming sono una realtà ormai consolidata del nostro panorama mediatico, con numeri in termini di sottoscrizioni, ricavi e riscontri in costante crescita già negli ultimi anni.
Il modello è semplice, piacevole e adatto ai tempi: un piccolo abbonamento da pagare, un catalogo a cui avere accesso in qualsiasi momento, un’offerta di film e serie senza limiti. Grazie a questi ingredienti, un numero sempre maggiore di consumatori si è spostato sulle piattaforme streaming online.

La tendenza si è amplificata nel 2020, l’anno che inevitabilmente verrà ricordato come quello della pandemia da Covid-19. Contagi, quarantene, lockdown: per mesi il mondo intero si è ritrovato bloccato in casa.
E l’influenza sulla fruzione delle piattaforme streaming è stata fortissima, anche se si considera il solo panorama italiano.

I dati, raccolti dall’agenzia Ernst & Young in collaborazione con Discovery e Fastweb, parlano di 10 milioni di abbonamenti alle principali piattaforme streaming (Netflix, Disney+, Prime Video, Infinity, NowTv, DAZN, etc.), per un totale di 15,8 milioni di utenti. Si tratta di un incremento di oltre 11 milioni di utenti e 8 milioni di abbonamenti negli ultimi tre anni.

Su base mondiale i dati più significativi sono quelli diramati da Strategy Analytics: il terzo trimestre del 2020 si è chiuso con 769,8 milioni di abbonati in tutto il mondo, il 28,3% in più rispetto ai 552,1 milioni di un anno prima.

L’offerta delle piattaforme streaming

Il mercato in questione è molto ampio e attrattivo. L’offerta presentata dalle varie piattaforme è variegata e multiforme.
La regina, come si può immaginare, è Netflix. Non è un caso se il nome del brand è praticamente diventato il sinonimo per eccellenza del concetto di “streaming“. È stata la prima azienda a posizionarsi online con tale modello, è quella che mantiene la fetta di mercato più ampia ed è quella che attualmente ha la comunicazione più innovativa ed efficace, comunicazione capace di rendere ogni prodotto un piccolo evento mediatico.

Più di recente si sono aggiunti i nuovi player, alcuni dei quali dai nomi piuttosto importanti.
Prime Video è la costola streaming di Amazon, il sito e-commerce più grande del pianeta nelle mani di uno degli uomini più ricchi del pianeta. E l’ultimo anno ha fatto il suo esordio Disney+, capace di comporre un’offerta enorme grazie alle sue filiali. Per citarne alcune: Pixar, Fox, Marvel, Star Wars, National Geographic.

La prospettiva è quella dell’inserimento sul mercato delle piattaforme di Discovery Channel e HBO. Insomma, altri due nomi di cui probabilmente avrete sentito parlare.

Film, serie tv, cartoni animati, documentari, prodotti originali, intere saghe narrative. Prodotti pop, cult, commerciali, film d’autore. Tutti i temi declinati in ogni genere. L’offerta può soddisfare letteralmente qualsiasi desiderio e stuzzicare ogni genere di curiosità.

C’è un altro aspetto da considerare: la qualità, l’accessibilità e la comodità di utilizzo hanno quasi interamente soppiantato la pirateria online, grazie soprattutto ai costi ridotti e alla relativa convenienza con cui si può sottoscrivere un abbonamento.
Un successo straordinario, che sta già però mostrando i primi sintomi di una profonda evoluzione.

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I nuovi modelli delle piattaforme streaming

L’offerta a cui siamo abituati si distingue come una sorta di pacchetto flat. Un abbonamento, mensile o annuale, e libero accesso letteralmente a tutto il catalogo. È su questo semplice principio che Netflix ha attratto il suo pubblico, ed è su questa semplice strategia che ha costruito il suo successo.

Con l’ingresso sul mercato di nuove piattaforme si sta pian piano passando a un nuovo modello di business.
L’impossibilità di uscire nei cinema (deserti durante la pandemia, chiusi sotto lockdown) viene colta dai servizi streaming come l’occasione per offrire i nuovi prodotti come esclusive, simulando un’uscita in sala. Questo, per chi produce e propone cinema, è anche l’unico modo attualmente a disposizione per raggiungere il pubblico, a meno di non far rimanere completamente bloccata l’intera industria cinematografica.
Per farla breve: esce un film nuovo, si paga il costo della sua visione come fosse un biglietto. 

Il primo caso con una certa risonanza è stato proposto dall’ultima arrivata, Disney+, con Mulan.
Il live action del film d’animazione del 1998 sarebbe dovuto uscire in sala nel marzo 2020, poi rimandato inizialmente per il periodo estivo. Infine, la distribuzione è avvenuta direttamente sulla piattaforma streaming a inizio settembre, pagando una sorta di “biglietto VIP” che ne permettesse la visione: 30 dollari negli USA, 21 Euro e 99 in Italia. L’equivalente in media di quattro biglietti in sala, gli stessi che avrebbe pagato una famigliola tipo. La visione “gratuita”, cioè compresa nell’abbonamento standard, sarebbe stata disponibile solo più avanti.

L’episodio ha suscitato qualche perplessità e molte critiche, generando un forte dibattito sull’opportunità di equiparare economicamente la visione in streaming con quella in sala, mettendo un nuovo macigno sulla fruizione nei cinema fisici, già da tempo in crisi.

Nonostante ciò, pare che l’esempio abbia fatto scuola, per un modello che ora viene imitato e fruito con una certa tranquillità.

Di necessità virtù

Il periodo di Natale è stata la decisiva affermazione di questo modello.
Canonicamente le feste di natale sono il periodo topico dell’uscita al cinema. Durante le feste vengono lanciati blockbuster, cinepanettoni, film popolari, quelli per famiglie, e tutto ciò che può e deve verosimilmente richiamare in sala le grandi masse. Alcuni esempi tipici sono i classici Disney e i Pixar, i film di Star Wars, le trasposizioni di Harry Potter e Il Signore degli Anelli, etc.

Nell’ultimo mese del 2020 tutto ciò poteva avvenire ovviamente solo in forma ridotta o, per meglio dire, alternativa. Le nuove uscite cinematografiche sono andate in esclusiva su piattaforme streaming, molti di questi però con la visione resa disponibile solo attraverso il pagamento del biglietto virtuale in più rispetto all’abbonamento.

Prime Video, concepita come piattaforma basata sul modello Netflix, non è nata priva della vena del marchio Amazon. I prodotti visibili in abbonamento sono numerosi e di una certa qualità (The Boys è già un successo, Utopia promette di essere un cult), ma per i film in uscita o quelli più “forti” le opzioni sono il noleggio o l’acquisto.

Pensate a un classico di Natale visto e rivisto come Mamma ho perso l’aereo. Su D+ è in abbonamento, su Prime Video è disponibile all’acquisto virtuale, su Google Play Video è possibile noleggiarne la visione.

La novità quindi è che non si acquista “il film”, non c’è alcun supporto fisico in DVD o Blu-Ray da conservare in videoteca.
Ciò che si acquista è l’accesso al film, esattamente come in sala, ma senza la sala.

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Coworking, cowatching.

Non solo film, non solo tv. Sulle piattaforme streaming c’è dell’altro!

L’offerta quindi si sta evolvendo, basandosi ovviamente sui principi dello streaming (accesso e disponibilità ai contenuti completamente adattati alle esigenze dell’utente)  ma torna ad avvicinarsi ad una proposta che trae ispirazione dalla pay tv classica (come il Primafila di Sky).

Un avvicinamento che amplifica le somiglianze nel momento in cui si prende in considerazione una grossa novità sul settore dell’intrattenimento: lo sport.
Dalla stagione calcistica 2018/19 c’è in Italia DAZN, un servizio a pagamento di video streaming, sia in diretta che on demand, di eventi e approfondimenti sportivi. Rimane però una piattaforma tematica, per appassionati. La vera escalation all’offerta più ampia sembra nelle mani di Jeff Bezos.

Prime Video si è infatti aggiudicata i diritti per i big match di Champions League, la manifestazione annuale sportiva più importante e seguita al mondo, oltre all’intera Premier League inglese, uno dei campionati di calcio con più fascino, prestigio e tradizione, sicuramente il più appassionante nella sua imprevedibilità. Ma Prime Video trasmette anche cricket, football americano, tennis (con ATP, US Open e WTA) e rugby. Alcune indiscrezioni del Financial Times hanno parlato addirittura di trattative per i Gran Premi di F1. E anche qui: fascino, tradizione e prestigio.

L’offerta si amplia, le piattaforme streaming si evolvono

Manifestazioni sportive importantissime che contano milioni di appassionati come potenziali utenti. Un’offerta resa – almeno inizialmente – disponibile “gratis” (cioè senza costi aggiuntivi all’abbonamento).
Il motivo è strategico: attrarre e far scorprire il tipo di piattaforma a tutta una fetta di pubblico che tradizionalmente – anche se non necessariamente – potrebbe essere leggermente più distante da un’offerta prettamente cinematografica o di serialità televisiva. Si porta così nel mondo delle piattaforme streaming un enorme sezione del settore dell’intrattenimento che fino ad ora è rimasta completamente “scoperta”.

Il cambiamento è sottile, ma profondo. Non si tratta di un semplice ampliamento dell’offerta, ma dell’implementazione di un modello che necessariamente si riavvicina alla dimensione live. Un evento sportivo è infatti un contenuto la cui esperienza più vera e completa non può prescindere dalla fruizione della diretta. Il concetto che è quasi antitetico rispetto al principio con cui nasce lo streaming, in cui il contenuto inizia e finisce aderendo alla volontà dell’utente. On demand, per l’appunto.

Pare quindi che lo streaming si stia sempre più adattando nei suoi modelli ad un ventaglio di passioni, necessità e fruizioni sempre più ampio.

Ma non tutti sono entusiasti

Se è vero che i fan dello sport sono sicuramente più abituati al divano di casa che al seggiolino dello stadio, i puristi del cinema guardano a questo tipo di trasformazioni con un po’ più di preoccupazione.

Il fondamento di questa preoccupazione sta nel fatto che il cinema viene anzitutto concepito e realizzato per la sua fruzione per eccellenza: l’esperienza della sala. E non si tratta solo di un fascino magico e vagamente nostalgico per il suo ambiente, ma di tutta una serie di requisiti tecnici ed estetici nella dotazione di una sala cinematografica. Un’esperienza quindi che non sarebbe sicuramente replicabile sul monitor del pc, e probabilmente neanche sulla più avanzata delle smart tv. E di sicuro non su uno smartphone.

La tesi è che il cinema ne verrebbe snaturato, anzitutto come arte.

Eppure…

Eppure questo genere di critiche sembrerebbero già parzialmente sconfessate dagli esempi concreti.
Il nuovo modello di produzione e distribuzione introdotto dallo streaming ha già prodotto esempi eccellenti, già da prima che la fruizione domestica diventasse l’unica opzione.
Netflix già negli ultimi anni ha affiancato alle produzioni più commerciali film qualitativamente splendidi, dal taglio artistico, autoriale e culturale insospettabilmente alto.

Uno degli esempi più noti è sicuramente The Irishman (2019), il primo film a produzione Netflix candidato agli Oscar. È uno dei primi controversi casi di esplicito contrasto tra cinema tradizionale e piattaforme streaming. Pensato esclusivamente per la distribuzione online, The Irishman è stato fatto uscire in sala per lo strettissimo tempo necessario ad “aggirare” la regole che altrimenti non avrebbe permesso di concorrere all’Academy. E parliamo di un film  diretto da Martin Scorsese e con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci. Giganti del cinema.

Roma (2018) di Alfonso Cuarón è stato proposto in poche sale, e per pochi giorni. Decisamente non un film destinato a muovere masse e incassi. Eppure è nella sua distribuzione online che il film è potuto arrivare al grande pubblico e risaltare in tutta la sua qualità: tre Oscar, per regia, fotografia e film straniero.

Un esempio recentissimo è invece Mank, di David Fincher, che si configura come uno dei film più importanti del 2020. Complessissimo per stile e tematica, il film è anche una dichiarazione d’amore per l’arte del cinema e insieme una critica per la sua industria: un parallelismo della sua trasformazione ciclica, dagli anni ’40 del Novecento agli anni ’20 del Duemila.

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Sì, è una rivoluzione.

Stiamo parlando di Scorsese, Cuaròn e Fincher, tre registi diversi, con tre diverse idee di cinema, ma con un unico trasversale punto in comune: sono assoluti maestri della settima arte. Maestri che non hanno subito il cambiamento, non lo hanno osteggiato. Vi si sono adattati, sfruttando le nuove possibilità d’espressione tematica e stilistica.

Gli autori hanno potuto realizzare le rispettive visioni in virtù di un segmento nuovo di industria cinematografica pronti a sostenerli e a distribuirli. E al grande pubblico sono arrivati prodotti artistici dal carattere estremamente alto, il cui accesso sarebbe stato certamente più segmentato e limitato attraverso i soli canali di produzione e distribuzione più canonici.
Il mezzo delle piattaforme streaming si è così dimostrato capace di offrire spazi di manovra più ampi, uscendo dalle logiche strettamente legate alla fruizione tradizionale.

No, non è la fine del mondo

Pregi e insostituibilità dell’esperienza in sala rimarranno certamente qualcosa di immancabile per un cinefilo.
Ma arte e industria cinematografica (così come l’industria dell’arte e dell’intrattenimento più in generale) si trovano sempre a dover fare i conti con i cambiamenti sociali, economici e mediatici, che sono in continua influenza tra loro. Attualmente ci troviamo di fronte a trasformazioni che le piattaforme di streaming stanno dimostrando di volere – e sapere – governare.

L’offerta si allarga. Il pubblico si amplia. Il mezzo si trasforma.
E per l’arte tutto ciò non significa necessariamente uno snaturarsi. Anzi, la prospettiva del cambiamento è anche quella di nuovi stimoli, nuove possibilità e nuovi obiettivi.

Sotto il profilo culturale vuol dire la possibilità per un prodotto alto di avere la stessa identica cassa di risonanza di uno più commerciale, un film d’autore potrà avere lo stesso spazio del più mainstream dei blockbuster. Le logiche industriali e artistiche non sono mai state così potenzialmente vicine.

Basti poi pensare a tutte le possibilità di eventi, le offerte didattiche, i cineforum e i nuovi formati di fruzione con cui potrebbe essere studiato il vecchio cinema e concepito quello nuovo.

Parafrasando una pietra miliare della storia del cinema:
Wait a minute, wait a minute. You ain’t seen nothin’ yet. 

Qualche altro punto di vista sulle piattaforme streaming:

Streaming boom nel 2020. Netflix comanda, Disney+ in crescita – Igizmo
Da Netflix a Disney+ la tv on demand fa il pieno di abbonati – Il Sole 24 Ore
Video on demand, come e quanto cresce il mercato delle piattaforme streaming – icom

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